Digressioni

Enigma. Decifrare una vittoria. I Polacchi al servizio dell’Europa

La prima mostra dello spionaggio a Napoli è stata patrocinata da:

– Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma
 – Region Wielkopolska

in collaborazione con
-Associazione Polonia di Cesena
– Consolato della Repubblica di Polonia in Milano

-Regno dei Santi Pietro e Paolo

La mostra  è in corso fino al 4 di febbraio a Napoli al Castel dell’Ovo. L’affluenza, fino a questo momento, è stata superiore alle aspettatvive, vista la novità del tema trattato. Enigma, fu una macchina elettro-meccanica per cifrare e decifrare messaggi, utilizzata durante la seconda Guerra Mondiale.

Microspie del passato

 

Un viaggio nel passato nel mondo delle Microcamere spia. Dall’Ispettore Gadget a James Bond, da Maxwell Smart (Agente 86) ad Austin Power passando di generazione in generazione per  film, cartoni e libri che hanno trasportato la nostra fantasia. Ma quali sono i veri oggetti spia, le microcamere spia usate dai veri agenti segreti nelle varie epoche?

Oggi, come nel passato, le microcamere occultate sono lo strumento prediletto per la sorveglianza. Sono stati tanti gli sviluppi e i processi di innovazione principalmente volti a migliorarle, oltre che la qualità tecnica audio video e fotografica, sopratutto il mascheramento. Vediamo le più famose :

Automatique De Bertsch
Nel 1861 le aspiranti spie dovevano portare con se una camera oscura portatile, probabilmente questa microcamera non è mai stata usata sotto copertura visto i tempi di esposizione molto lunghi di cui necessitava questa “camera oscura portatile”. Tuttavia è un gadget pionieristico nell’ambito delle spie e  grazie alla sua larghezza di un pollice per 1,5 pollici di profondità può essere considerata a tutti gli effetti la prima microcamera spia mai costruita.

L’Ansco Memo
Con l’invenzione e standardizzazione dei film vecchi, le microcamere come la 35 millimetri Ansco Memo in miniatura, sono diventate le preferite degli investigatori privati negli 20 e 30.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Ticka Expo Videocamera Orologio
Una piccola microcamera spia camuffata da classico orologio da tasca, che in realtà non diceva l’ora, ma era uno strumento molto pratico per scattare fotografie in tutta discrezione. Un oggetto spia molto popolare tra il 1905 e il 1914 per la facilità d’uso nelle operazioni di infiltrazione. Questo bellissimo gadget veniva venduto al prezzo di 1 dollaro nel suo tempo.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

L’ABC Camera Orologio da polso

La microcamera Tedesca travestita da orologio da polso del 1949 permetteva di scattare delle fotografie su pellicola, era uno strumento molto apprezzato, bastava indossare un indumento a maniche lunghe per riuscire a coprirlo sperando che nessuno ti chiedesse l’ora. Infatti questo orologio spia da polso aveva il piccolo difetto di non funzionare come orologio.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

L’Echo 8 Microcamera Accendino

Alcune di queste microcamere potrebbero non essere molto sottili ma questo spettacolare gadget è stata un’invenzione degna di una vera spia. Funzionava come un vero accendino e infatti dovevi proprio accendere la fiamma per poter scattare una foto.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Tessina 35 (Microcamera spia delle sigarette)

Questa microcamera era così piccola da poter essere messa dentro un portasigarette, nella fotografia riportata qui sotto si può osservare sia la microcamera spia che la scatola fatta ad hoc per nasconderla, anche se, viste le ridotte dimensioni, poteva essere tranquillamente occultata in un normale pacchetto di sigarette. Questo bellissimo gadget è stato prodotto per 38 lunghi anni, dal 1957 fino al 1996.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras 13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Minox

 

Questo “cavallo di battaglia” della spia del passato, secondo dati dello Spy Museum, poteva scattare fino a 50 immagine di alta qualità senza aver bisogno di essere ricaricata ed era così piccola da poter essere nascosta dentro il palmo di una mano. Le agenzie creavano delle coperture speciali, come ad esempio delle custodie a spazzolo, per queste meravigliose microcamere. Lo strumento è uscito nel 1937, ma ha trovato la sua massima popolarità negli anni 60 e 70, quando è diventato uno degli oggetti spia prediletti da parte delle spie di tutto il mondo. Infatti oggi è considerata una delle microcamere spia più famose e riconosciute ed è ancora possibile acquistarne alcune, anche in una moderna versione digitale.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras 13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Microcamera Piccione

La microcamera spia attaccata ad un piccione è la versione degli anni 40 e 50 degli attuali satelliti e droni, queste erano fotocamere automatiche non tanto facili da riconoscere. Quando il piccione viaggiatore tornava, portava indietro un rullino fotografico pronto per lo sviluppo.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Stasi, fotocamera robot
Nel 1980 la lente Stasi permetteva agli agenti tedeschi dell’Est di scattare foto attraverso fori creati sul lato opposto di una parete. L’ideale per scattare immagini al di la del muro senza essere scoperti.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

La microcamera dell’asola

Questa microcamera spia è stato uno strumento usato dalle spie americane, dell’Unione Sovietica e di tutta Europa. Bastava modificare l’abbigliamento per nascondere microcamera e pulsanti. Nella fotografia sotto si può apprezzare come questa fotocamera veniva occultata addosso ad un agente del KGB del 1970, ma la maggior parte delle agenzie avevano la propria versione di questo curioso gadget, uno stile che si intonava, ovviamente, con le mode del tempo e del luogo. Secondo l’International Spy Museum, questo oggetto spia lavorava sostanzialmente allo stesso modo: premendo un grilletto nascosto in tasca con l’obiettivo della microcamera occultata nel bottone scattava la foto.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Microcamera Portachiavi

La microcamera spia nascosta dentro il portachiavi era un gadget molto popolare tra gli agenti della CIA nel 1970, questo oggetto spia permetteva agli agenti di avere sempre con se una fotocamera.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

Fotocamere micro punto

Queste impressionanti microcamere spia usavano il metodo di fotografia chiamato “microdot” o micro punto, che permetteva di scattare delle foto, anche a documenti sensibili molto grandi, mantenendo la leggibilità dentro un’immagine abbastanza piccola da potersi mettere dentro una lettera, una busta o anche altri oggetti (come dei gemelli) con gran facilità. Il metodo è stato molto utilizzato durante la seconda guerra mondiale, la guerra fredda e attraverso il Muro di Berlino.

In un certo senso sono state una prima forma di compressione dei dati, grazie ai micro punti che permettevano di inviare una grande quantità d’informazione anche con i piccioni.

13 of History's Most Ingenious Spy Cameras

 

Fonte testo:  planetspy.it 

Fonte e immagini: gizmodo.com

Le metamorfosi dello spionaggio post guerra fredda

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Cinema e serie TV: nel regno della paranoia la suspense è archeologica

di Luca Malavasi

Dal numero di aprile 2016

Vecchio, inutile, sorpassato: nell’ultimo capitolo della saga di James Bond (Spectre, 2015, cfr. “L’Indice” 2015, n. 12), il neonominato capo dei servizi segreti, Max Debingh (nome in codice “C”) non perde tempo e diplomazia per dissimulare il suo disinteresse nei confronti del programma “00” e, più in generale, delle spie in carne e ossa, superate dai tempi e dalla tecnologia. Adesso, mescolando fondi pubblici e privati, C sogna di dare vita a una specie di doppio digitale del mondo, un fantasma capace di sorvegliare e processare, controllare e proteggere costantemente (si veda il libro di Jonathan Crary 24/7 Il capitalismo all’attacco del sonno, pp. 134, € 18, Einaudi, Torino 2015). Un progetto alternativo alla tradizione dell’agente segreto sul campo (“one man in the field”) dall’emblematico titolo “I nove occhi”, che vorrebbe segnare anche il passaggio definitivo dalla licenza di uccidere a quella di spiare (e poi, magari, uccidere).4237_1123829786950_5198347_n

 

 

 

 

Come gli altri tre capitoli della stagione Daniel Craig, Spectre è, piuttosto apertamente, una nuova avventura di James Bond e, insieme, un film sulla possibilità di mettere in scena, oggi, una nuova avventura di James Bond. Nel 2006 il cambio d’attore – parallelo all’arrivo di Paul Haggis in sceneggiatura accanto a Neal Purvis – ha coinciso, non a caso, con la realizzazione di Casino Royale, un reboot che ha riportato la saga all’inizio, all’atto di nascita dell’eroe inventato da Ian Fleming nei primi anni cinquanta, inaugurando al tempo stesso un subplot, sviluppato poi di film in film, tutto centrato sulla verifica della tenuta fisica e psicologica (e cioè storica e mitologica) del personaggio. Come a chiedersi se oggi, nella società della sorveglianza orwelliana realizzata o, per dirla con Byung-Chul Han (il filosofo più apocalittico e lucido di tutti) del panottico aprospettico, hanno ancora diritto di cittadinanza figure discrete, individuali e individuate, fisicamente limitate, come l’agente segreto o la spia per compiere operazioni che i sistemi di sorveglianza e il “potere performativo” dell’informatica possono svolgere in modo molto più economico, pulito, silenzioso. E la questione, come s’intuisce, tocca direttamente non solo il corpo di Bond ma anche, più in generale, quello di un intero immaginario culturale.

 

Il ritorno della figura della spia al cinema e nelle serie TV

Al tempo stesso, e al di là della risposta (efficace e cavalleresca) che la recente filmografia bondiana è riuscita a dare alla questione storica e alla propria ragion d’essere, uno dei fenomeni più appariscenti degli ultimi anni è proprio il ritorno, tra cinema e televisione, della figura della spia e/o dell’agente segreto e, insieme, in molti casi, dei contesti storici e culturali di cui queste figure sono state protagoniste: primo tra tutti quello della guerra fredda. Un ritorno da intendere, in primo luogo, proprio come la reazione fisica (e forse politica), non priva di un coefficiente di paura nei confronti dello “sciame digitale”, alla contemporanea società panottica che oblitera costantemente la propria natura spionistica, sostituendo corpi, avventure e volti con protesi, azioni programmate e flussi di bigdata; quasi un monito implicito nei confronti dei cittadini digitali che, travolti dall’iper-comunicazione e dal costante invito al racconto e all’esposizione del sé (tra museo e pornografia), finiscono per dimenticare troppo facilmente (ma non colpevolmente: è il principio della società della trasparenza) che l’attuale regime del controllo “si realizza là dove il suo soggetto si denuda non in conseguenza di una costrizione esterna, ma di un bisogno auto-prodotto” (Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo 2015). Ancora: in questa produzione, accanto a un nostalgico commiato, più o meno esplicito, da un immaginario, il ritorno della spia – soprattutto quando proiettato nel contesto contemporaneo – finisce spesso per caricarsi di un valore “meta”: funziona, cioè, come strumento di analisi del principio spionistico inscritto nella società contemporanea. Spie che spiano lo spiare, insomma.

london-spy-768x292Un ritorno da intendere, in primo luogo, proprio come la reazione fisica (e forse politica), non priva di un coefficiente di paura nei confronti dello “sciame digitale”, alla contemporanea società panottica che oblitera costantemente la propria natura spionistica, sostituendo corpi, avventure e volti con protesi, azioni programmate e flussi di bigdata

È quanto accade in London Spy, miniserie britannica in cinque puntate trasmessa dalla Bbc nel 2015 e ideata da Tom Rob Smith, l’autore del celebre Bambino 44 (diventato un film nel 2015), primo capitolo di una trilogia romanzesca ambientata nella Russia di Stalin. La breve relazione che unisce lo spiantato Danny al ricco e misterioso Alex (bruscamente conclusa dalla morte di quest’ultimo che, si scoprirà, lavorava per il Secret Intelligence Service), scoperchia un mondo di cui Danny, sempre in ritardo sugli eventi, finisce per intravvedere non tanto la trama ma il funzionamento (con l’aiuto di una spia vecchio stile, Scottie): un mondo fondato sull’invisibilità e, esemplarmente, sull’impossibilità di ordinare in senso lineare gli eventi, perché il panottico è, appunto, aprospettico; non c’è un punto da cui Danny possa vedere, mentre il suo tentativo di soluzione del mistero che circonda la vita e la morte di Alex è costantemente illuminato e sorvegliato da ogni lato, dappertutto e da ciascuno. Solo tornando indietro nel tempo e nella storia (per l’esattezza al 1957), come fa Spielberg in Il ponte delle spie (2015), è possibile ritrovare una reciprocità di sguardo, una timeline (che anzi diventa un conto alla rovescia, fino a generare un sentimento puro di suspense, là dove, in London Spy, non può che esservi paranoia) e una topografia: così, il film può finire, come un western, con lo scambio frontale della spia sovietica, Rudolf Abel, con il pilota americano Francis Gary Powers, presso il Ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Potsdam, statunitensi da una parte, sovietici dall’altra. Ma, più di tutto, l’artefice della soluzione (un avvocato newyorkese) può essere socialmente riconosciuto: nel finale, su un tram affollato, mentre torna a casa; riconosciuto, additato, silenziosamente ringraziato dal sorriso dei suoi concittadini.

Il fascino archeologico dei blocchi contrapposti

L’invisibilità dello spionaggio contemporaneo (e la globalizzazione economica della politica e del potere), invece, crea qualche problema anche alla costruzione dell’eroe (non a caso, la strada scelta dall’ultimo Bond è quello della sua decostruzione; quanto a Danny, nessun riscatto narrativo possibile). Due racconti, val la pena notare, in cui l’uomo qualunque viene condotto, o travolto, dalle circostanze, così da mettere a tema, più o meno chiaramente, proprio la questione dell’allenamento al ruolo fornito dalla produzione culturale; e un uomo qualunque, almeno per metà, è anche il protagonista di The Night Manager, una miniserie statunitense del 2016 (ma basata su un romanzo di John Le Carré del 1993, Il direttore di notte, Mondadori, 1996, aggiornato per l’occasione). Jonathan Pine è, in realtà, un ex-soldato dell’esercito britannico, che ha però scelto di tornare alla vita civile nel ruolo di direttore (notturno) d’albergo. Il reclutamento da parte dei servizi segreti inglesi e poi l’ingresso nel corrotto mondo del luciferino Richard Roper da parte di Pine si rivela, ancora una volta, un’indagine per metà spostata verso il confronto (qui implicitamente favorito dai venticinque anni che separano romanzo e serie tv) tra due diversi immaginari culturali (e due diverse accezioni dello spiare e dell’essere spiati).

 

Tutto più semplice, insomma, per scrittori e cineasti, quando a fronteggiarsi erano due blocchi, come rivela la serie tv The Americans (iniziata nel 2013 e giunta alla terza stagione), ambientata in piena America reaganiana (mentre la meno riuscita Deutschland 83, produzione tedesca di otto episodi trasmessi nel 2015, torna al 1983, tra la Germania Est e Ovest). A Washington, le spie del Kgb Philip ed Elizabeth si fingono, da almeno quindici anni, americani, e soprattutto il primo, dopo tanti anni, sta lentamente apprezzando il capitalismo a scapito del comunismo, trascinato in questa rivalutazione dai due figli che nel capitalismo ci sono nati, e che dei genitori ignorano professione e provenienza. L’intensità dello sviluppo sentimentale (Philip ed Elizabeth, a poco a poco, si scoprono marito e moglie al di là della finzione) e l’intelligenza dell’analisi socioculturale fanno di The Americans una delle produzioni più interessanti della contemporanea quality tv statunitense, ma non c’è dubbio che buona parte del suo fascino risiede nella messa in scena (sempre puntuale) di una specie di archeologia spionistica e, al tempo stesso, per tornare ad Han, di un sistema panottico perfettamente prospettico, vale a dire, fondato su un unico centro di propagazione dello sguardo dispotico. Tempi lontanissimi, e che fanno quasi sorridere, come il gioco dei travestimenti, emblema di una “doppiezza” pesante lontana anni luce dalle logiche della finzione e della simulazione contemporanee. Ma, giustamente, la serie – come pure la britannica The Game (6 episodi, 2014), ambientata nel 1972 e centrata sul tentativo, da parte di alcun agenti dell’MI5, di disinnescare un’operazione di destabilizzazione politico-sociale della Gran Bretagna da parte del Kgb – mette da parte qualsiasi tentazione mitologica, scegliendo la strada di un realismo quotidiano. Il fascino archeologico di The Americans dipende, in larga parte, proprio da questa scelta stilistica, che traduce l’inevitabile “farsi storia” (antica) della spia e del suo lavoro.

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Quanto al contemporaneo, disinnescata la mitologia, preme sulla figura della spia e della sua professione qualcosa di simile a un’instabilità figurativa. Lo rivelano, come detto, gli ultimi capitoli della saga bondiana; ancora meglio, lo rivela una serie tv, Homeland (che nella distribuzione televisiva italiana diventa Homeland-Caccia alla spia…), iniziata nel 2011 e arrivata alla quinta stagione. Che merita di essere citata, in conclusione, non solo per la sua straordinaria capacità di intercettare e rielaborare i meccanismi (prima di tutto di sorveglianza) della società contemporanea, ma anche perché si impone come un testo “teorico” in merito al destino della spy story e, in particolare, del suo “eroe”. Protagonista della serie, infatti, è un’analista della Cia, Carrie Mathison, “the smartest and the dumbest fucking person” (così per il suo capo, Saul): bipolare, costantemente tirata tra il controllo della situazione e la follia, tra la riduzione razionale della complessità e l’abbandono paranoico al caos, Carrie è l’emblema della dimensione malata della contemporanea società del controllo, perché rivela come nell’eccitamento e nell’iperattivismo dello sguardo sia inscritta anche la sua inibizione. Il destino disturbato della spia Carrie riflette insomma, in senso propriamente storico, la realtà e la struttura del panottico contemporaneo. La sua logica spionistica e i suoi tanti, troppi occhi.

 

FONTE: lindiceonline.com

luca.malavasi@unige.it

L Malavasi insegna storia e critica del cinema all’Università di Genova

Spionaggio: un’arte senza tempo né confini

Quando è nato il mestiere di spia? Probabilmente quando il primo uomo di nascosto è andato a vedere che cosa facesse il suo vicino. Di spionaggio e controspionaggio, di “intelligence”, difensiva e offensiva, si può parlare soltanto quando nascono le prime organizzazioni strutturate.

ambasciatore-domenico-vecchioniSecondo l’ambasciatore Domenico Vecchioni bisogna addirittura risalire a Ramsete II.  Nel suo libro, dagli egiziani all’Inghilterra di Elisabetta la Grande, è un continuo allargarsi di orizzonti per i Servizi segreti, fino a porre le premesse per la nascita e la crescita di quelli moderni.Ci sono arti e mestieri che sono antichi quanto l’uomo, o meglio sono antichi quanto le prime strutture organizzative a livello tribale.  E’ nella tribù che nasce la prima forma di organizzazione intesa come ripartizione dei compiti.
E’ la tribù come insieme che inizia quella pratica organizzata che prende il nome di guerra, vale a dire non un uomo contro l’altro, ma decine di uomini contro altre decine di uomini, villaggio contro villaggio.

warrePraticare la guerra si rivela efficace nella misura in cui la forza s’incrementa in virtù della ripartizione dei compiti.
Certo i primi scontri somigliavano più a cruente risse che a combattimenti e veri e propri. Bastò poco tempo per arrivare alle strategie e alle tattiche, con il passaggio dalla pietra al metallo e la conseguente produzione di armi diverse: lance, spade, archi e frecce.
Vince chi ha più uomini e armi migliori.
Il bronzo batte la pietra, il ferro batte il bronzo.
A dispetto delle armi e di forze avversarie preponderanti, è ancora possibile prevalere, se si conosce prima il terreno dove avverrà lo scontro, come i nemici intendono affrontare il combattimento, dove e come si schiereranno.
Insomma, non appena l’umanità comincia ad essere considerata “civile”, diventa necessario “conoscere”, vale a dire disporre di informazioni, di notizie, valutarle in funzione delle future decisioni, sia sotto il profilo offensivo che sotto quello difensivo.
Una storia dello spionaggio dai primordi all’età moderna, intendendo con questo termine il periodo dei Tudor in Gran Bretagna, è raccontata da uno che se ne intende, l’ambasciatore Domenico Vecchioni in “Spie – Storia degli 007 dall’antichità all’era moderna”, pagine 117, Editoriale Olimpia”.007
I sei capitoli, corredati da bibliografia e glossario, si aprono sullo scenario della Mesopotamia del regno di Ur, la Babilonia di Hammurabi, l’antico Egitto. Con la XIX Dinastia e con Ramsete II, secondo Vecchioni, si comprende in pieno “l’importanza dello spionaggio militare per influenzare la guerra e quindi dell’utilità di un’organizzazione a sostegno.”

“Gli Occhi e le Orecchie del Re” è l’appellativo del primo “direttore” del servizio di spionaggio e controspionaggio. Nasce così anche il concetto di “informazione protetta”, “riservata”, “segreta”, in una parola “classificata” ai vari livelli.
Risalgono all’epoca i primi elementari tentativi di messaggi codificati, cioè la crittografia.
Sono gli assiro-babilonesi, scrive ancora Vecchioni, “a costituire con successo la prima impalcatura dello Stato dedicata allo spionaggio e al controspionaggio in tutte le loro forme: raccolta di notizie politiche e militari all’estero, sorveglianza interna, controspionaggio offensivo, attenzione alle attività di disinformazione, protezione dei segreti dell’impero, perfezionamento dei mezzi di trasmissione delle notizie”.
Risale addirittura a Mosè la tradizione di efficacia dell’intelligence ebraica, con la missione nella terra di Canaan al fine di valutare l’effettiva ricchezza del territorio, la possibilità di stanziamento e la capacità di resistenza.
Intelligence, diplomazia segreta, arte di sviare il nemico, con attività di vera e propria disinformazione, diventano strumenti eccellenti nelle mani di Persiani che tuttavia non percepiscono l’inganno di Temistocle. Facendo balenare contrasti e possibili divisioni all’interno dell’alleanza ellenica, il condottiero greco attira i Persiani nelle acque di Salamina, li spinge in angusti canali che rendono complicato manovrare, annulla così la superiorità numerica e cola a picco l’intera flotta.
A differenza dei cartaginesi, i romani, almeno fino a Giulio Cesare, quasi disprezzano lo spionaggio. Sarà poi Diocleziano a creare una struttura articolata, un Dipartimento dell’Amministrazione imperiale, costituita da persone qualificate. Il tutto venne meno con la caduta dell’impero.
Ci vorranno secoli, salvo sporadici esempi, dai Normanni ai Templari, prima di tornare allo spionaggio e controspionaggio in grande stile, nell’ambito del lungo confronto fra Inghilterra e Francia che prese il nome di Guerra dei Cent’Anni.
Bizantini ed arabo-turchi si confrontarono nell’arco di cinque secoli sul piano militare, fecero largo ricorso all’intelligence ed è proprio a loro che si deve l’impiego sistematico dello spionaggio industriale e commerciale.
“Dove poi lo spionaggio economico – scrive ancora Vecchioni, introducendo un intrigante capitoletto – diventa una componente essenziale e costante della politica estera nonché nella strategia economico-commerciale, strutturandosi presto in servizio pubblico, sarà Venezia”.

downloadSpionaggio, ma anche controspionaggio economico, per proteggere segreti commerciali, industriali e scientifici. Emblematica la”guerra degli specchi”: i veneziani sottraggono segreti di produzione ai lorenesi, elevano la fabbricazione di vetri e specchi a vera e propria arte e la proteggono con spregiudicata ferocia.
A Venezia spetta anche un altro primato: il coinvolgimento di ogni veneziano, di qualsiasi classe, nella protezione dei segreti della Serenissima, ma anche nel carpire quelli degli altri. Ogni cittadino che si trovi all’estero è invitato a informare il Governo di quanto ha visto ed eventualmente scoperto. Nasce una fittissima rete di informatori che fanno della delazione uno strumento di mantenimento della stabilità politica. Come dice Vecchioni, una sorta di anticipazione della fascistissima OVRA.
E’ però nell’Inghilterra dei Tudor, sotto il regno di Elisabetta la Grande, che nasce l’intelligence in senso moderno, il “secret service”. E nasce la considerazione per l’agente segreto.
Scrive Vecchioni, non senza una punta d’invidia: “L’immagine dell’agente segreto (giovani provenienti da prestigiose università, dai migliori ambienti sociali) in Inghilterra continua oggi a essere percepita in maniera molto più positiva che negli altri paesi europei, dove l’agente è visto più come una “spia”, moralmente condannabile, che come un ufficiale al servizio della Patria. Il personaggio di James Bond difficilmente avrebbe potuto vedere la luce in Italia o in Francia. Si tratta in effetti di un prodotto tipicamente british, la cui origine va ricercata proprio nel regno di Elisabetta la Grande”.fonte GNOSIS